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AGLIANICO DEL VULTURE, STORIA DI UN VITIGNO MILLENARIO

AGLIANICO DEL VULTURE, STORIA DI UN VITIGNO MILLENARIO

L’Aglianico è un vitigno antichissimo. Uno tra i più noti ed importanti poeti latini, Quinto Orazio Flacco (nato a Venosa, detta appunto città di Orazio) ne lodava la bontà con il suo “NUNC EST BIBENDUM”. L’uva e il vino sono sempre stati un elemento fortemente caratterizzante per l’area del Vulture e per la Basilicata in generale. I Romani concessero alla colonia Venosa di coniare una moneta in bronzo raffigurante Dioniso, divinità greca fortemente legata alla terra e alla vite, poi assorbita dal culto romano di Bacco. In tempi più recenti, nel 1629, si trovano invece tracce di un vino “Melfiacum” di cui parla Prospero Rendella nel suo “Tractatus de vinea vindemia et vino”. Nell'Ottocento, l'Aglianico del Vulture era richiesto dai cantinieri napoletani per correggere e arricchire i vini della provincia di Napoli. All'Esposizione Internazionale di Milano del 1906 partecipano anche dieci campioni di vino del Vulture. Pierre Viala e Victor Vermorel, i curatori di AmpélographieTraitégénéral de viticulture, dedicano uno spazio all'Aglianico nel famoso trattato di ampelografia parigino, a cui avevano collaborato una équipe internazionale di 70 ampelografi.  Nel1909, secondo Michele Carlucci, presidente onorario dell'Accademia italiana della vite e del vino, in Basilicata era degna di menzione la zona del Vulture, dove i fertili versanti erano coperti da fiorenti vigneti costituiti quasi esclusivamente da Aglianico. Nel 1971 poi venne riconosciuto all’aglianico l’investitura della Denominazione di Origine Controllata (DOC) e in seguito la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) nel 2010. Da qui la nuova avventura dell’Aglianico,divenuto prodotto di lusso sulle tavole italiane ed internazionali.

Secondo le tesi più accreditate il vitigno venne introdotto in Italia dai Greci, ma alcuni storici fanno risalire la sua coltivazione ad una data ancora precedente e cioè addirittura al V-VII secolo avanti Cristo. Al pari della data del suo primo impianto in terra lucana. Persino il nome dell’Aglianico ha origini non del tutto certe. L’appellativo potrebbe derivare dal nome dell’antica città greca di Elea, sita sulla spiaggia lucana che si affaccia sul mar tirreno, oppure da progenitori greci che presero il nome di Hellenici e che potrebbero essere sbarcati sullo Jonio lucano addirittura diciassette generazioni prima che iniziasse la guerra di Troia. A sostegno di questa tesi si ipotizza che, in origine, il nome Aglianico fosse Hellenico, oppure Eleanico, o ancora Ellanico. Il passaggio dal nome di Ellanico ad Aglianico può essere riconducibile a un’epoca compresa fra il XV e il XVI secolo d.c., quando il dominio aragonese era esteso fino al regno di Napoli. A rafforzare tale tesi sembra che Carlo D'Angiò, in una sua lettera, "ordinava" che gli fossero servite ben "400 some" del buon vino delle colline del Vulture.  L’Aglianico come tutti i prodotti di eccellenza e di forte personalità tinge di colori le leggende e le storie dell’umanità. In mezzo a paesaggi mozzafiato, costellati da castelli e casali che recano le tracce del passaggio dell'Imperatore Federico II di Svevia, la cui memoria ancor ‘oggi aleggia nelle battute di caccia col falco, si incontrano le famose cantine scavate nel tufo, considerate simbolo e fulcro di un'area che da sempre mantiene alto il livello delle tradizioni enogastronomiche, borghi che sorgono su colli e altipiani traforati da grotte scavate nel tufo nelle quali sono state rinvenute anfore di terracotta dal collo lungo e largo, con manici verticali, usate dai romani per spedire il vino nella capitale.

È nel periodo della dominazione aragonese a Napoli, quando oltretutto la città era il porto più importante per l'esportazione di vino sia verso il Nord Italia sia verso la Spagna, che va individuata l'epoca in cui si è formata e consolidata la voce "aglianico" che indicava un vino della pianura sicuramente da distinguere dalla massa dei vini latini che vi si producevano, sia perché rosso sia perché dotato di qualità organolettiche tali da imporsi all'attenzione degli intenditori: alla fine del '500 Andrea Bacci parla dell'aglianico come di un vino notevole e fornisce addirittura qualche nota ampelografica riferendo di un genere d'uva "non molto nera…piena di succo rossiccio ed un po' denso".  

 

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